Il portfolio “UNEXPECTEDLY ADRIFT”, come l’opera di Guy Debord, ci ha invitato ha porre l’accento sulla condizione di “deriva” e sulla stessa necessità di “derivare”. Il tratto del situazionismo debordiano è infatti l’interesse per la “de-situazione”, condizione in cui occorre “de-situarsi”. ll “de-situarsi” in arte rinvia a una sensibilità chiaramente duchampiana, al “fare opera” a partire da uno spostamento, da uno straniamento a cui viene sottoposto l’oggetto. Siamo sempre osservatori, e come è accaduto leggendo Foucault abbiamo la sensazione che l’esperienza ci superi, insistiamo nel tentativo di comprenderla, insistiamo nella sua continuità. La “contingenza” è un “atto temporale” e permette ad un’esperienza di essere momentaneamente fotografata in un istante e in un luogo, catturando un movimento che la fa tendere costantemente verso un altrove, il quale è da essa soltanto indicato. Inizialmente l’esperienza della contingenza è vissuta con angoscia, è angoscioso il fatto di non poter attingere in alcun modo all’altrove. Il “derivare” ci restituisce la possibilità di ritrovare quell’altrove nell’immediatamente dopo, nella misura in cui si è consapevoli dell’apertura dell’esperienza che si sta vivendo. Quindi la memoria da consapevolezza allo sguardo che ci permette di essere contingenti rispetto al reale, de-situandoci rispetto ad esso e proiettandoci incessantemente già altrove. Ci si ritrova costantemente “erranti”, tanto noi nel contemplarla quanto l’opera nell’offrirsi al nostro sguardo, sempre in grado di essere rimessi in gioco dall’inatteso. Ne risulta così una quarta dimensione, apparentemente immaginaria, dove passato presente e futuro coincidono, e dove possiamo contemporaneamente vivere sia le tre dimensioni temporali che una quarta, quella dell’inatteso. Questa dimensione apre infiniti margini di libertà: spinti dalla necessità di verità, verità come effetto del lasciarsi alla “deriva”, come atto di disponibilità che si porge all’inatteso, come riflesso dell’essere dell’abbandono, come opportunità di gratuità, il “de” rientra in gioco nella misura in cui ognuno di noi fa propria l’esperienza del possibile in tutte le sue forme, e solo a quel punto si è in grado di andare oltre la contingenza e di dare perciò continuità all’esperienza stessa.
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